

26. Il difficile reinserimento dei reduci.

Da: E. J. Leed, Terra di nessuno, Il Mulino, Bologna, 1985.

In tutti i paesi coinvolti nel primo conflitto mondiale uno dei
problemi sociali del dopoguerra fu quello del reinserimento dei
reduci. L'esperienza della guerra, secondo lo studioso
statunitense Eric J. Leed, aveva reso i reduci incapaci di mettere
a fuoco i problemi sociali e le questioni politiche della societ
postbellica. Da tale incapacit derivava un disorientamento
politico, tanto che coloro i quali si richiamavano all'esperienza
della guerra per attaccare l'ordinamento borghese, ricorrevano a
definizioni contraddittorie come nazionalismo rivoluzionario,
radical-conservatorismo, nazional-socialismo. La guerra aveva
inoltre causato una specie di regressione dai livelli
comportamentali civili, che si traduceva in rabbia, rancore e
violenza. All'origine di tali stati d'animo e comportamenti c'era
la convinzione, diffusa in quasi tutti i reduci, di essere vittime
di un'ingiustizia da parte dei governi e della societ civile.


Il soldato era un uomo che aveva vissuto un periodo apparentemente
senza fine al di l delle categorie sociali civili, al di l di
qualsiasi distinzione di status che non fosse puramente formale e
meccanica. L'esperienza di vivere al di l delle classi, ma nella
truppa, produsse un innegabile senso di cameratismo in coloro che
la condivisero; ma produsse anche l'incapacit di collegare
l'esperienza sociale della guerra con i problemi sociali e le
questioni politiche della societ post-bellica. Non c' da
sorprendersi che coloro che desideravano fare dell'esperienza di
guerra la base per un attacco contro l'ordinamento borghese,
liberale, ricorressero alle definizioni pi contraddittorie:
nazionalismo rivoluzionario, radical-conservatorismo,
nazional-socialismo. Queste autoidentificazioni non dovettero
sembrare eccessivamente contraddittorie ad uomini le cui identit
erano state rimodellate da un'esperienza che, pur dando nuovo
rilievo a concezioni formalistiche e arcaiche dell'autorit, pot
anche essere vissuta come una sorta di proletarizzazione
militarizzata, in cui gli uomini furono ridotti al ruolo di
anonimi esecutori di meccanismi impersonali di distruzione.
Ma il soldato di linea, subito dopo la fine della guerra, si
distinse molto di pi nel ruolo di uomo di violenza che in
quello di camerata e uomo comunitario. Come ebbe a osservare
Gibbs [Philip Gibbs, studioso americano che nel suo libro Now it
can be told, edito a New York nel 1920, affront il problema dei
reduci e della loro propensione ad atteggiamenti violenti], molti
ex-soldati erano aspri nei discorsi violenti nei loro
ragionamenti, tanto da spaventare. Willard Waller [autore del
libro The veteran comes back, pubblicato a New York nel 1944] si
trov a parlare con alcuni reduci per le strade di Chicago nel
1919: egli rimase sconvolto dall'intensit del loro rancore. Essi
nutrivano rabbia verso qualcosa, anche se non era chiaro che
cosa... Tuttavia non era possibile sbagliarsi: essi odiavano
qualcuno per qualcosa. Theodore Bartram [uomo politico tedesco
che si occup del problema dei reduci; il passo  tratto da una
raccolta dei discorsi da lui tenuti nel 1919], che tent di
organizzare i reduci in un partito politico, scopr che ci che
essi avevano maggiormente in comune non era un'ideologia politica,
ma un odio viscerale per i civili, un odio che egli condivideva:
Ti imbatti in camerati mutilati che mendicano sul Kurfurstendamm
[una strada di Berlino], e devi sforzarti per ricacciarti in gola
la rabbia che provi per non potere rompere il muso al primo
playboy che vedi. [...].
In questo contesto la violenza del veterano pot essere vista come
ripudio della politica borghese effeminata, e dell'aria fritta
in cui la politica era normalmente condotta. Di fatto, la tendenza
generale fu di considerare la violenza dei veterani come
espressione di se stessi ovvero come manifestazione di
aggressivit repressa. Ma  meglio dare uno sguardo ai termini in
cui gli stessi veterani definivano le proprie azioni. Molti di
loro erano convinti di essere stati, come gruppo, vittime di
un'ingiustizia, e che con la loro violenza essi si vendicassero
contro la societ civile per l'ingiustizia patita. I governi e i
civili avevano trasgredito le regole non scritte che garantivano
lo status del soldato in guerra e mantenevano il suo ruolo
sociale. La violenza dei veterani deve essere compresa nel
contesto di questa mutualit del sacrificio che definisce i
rapporti fra il fronte e l'ambiente civile in patria: fu
l'infrazione di questa mutualit che pi di ogni altra cosa diede
ai veterani la coscienza di se stessi come gruppo sfruttato e
umiliato.
